Danzare in cerchio nel lockdown

“Ai luoghi della luce vola il corvo mentre canta.
Io ne comprendo le parole e piego il capo come lui, nella danza.
Ai luoghi della luce vola il corvo.” (Canto Apache)

I cerchi di danze popolari e meditative non si sono fermati neanche nell’emergenza del lockdown.

Anche in questo caso abbiamo potuto verificare che la danza c’è.

Ci sono stati e continuano tuttora gruppi attivi collegati attraverso facebook o whattsapp.

Le conduttrici propongono e condividono con molta generosità musiche e coreografie e i partecipanti, a volte alla stessa ora, si ritrovano per celebrare insieme il senso di collegamento e unione attraverso la pratica anche se fatta a distanza.

Certo sembra paradossale, la danza in cerchio presuppone spesso un contatto fisico tra i partecipanti, le mani unite, gli sguardi che si intrecciano.

Ma il desiderio di danza è più forte delle limitazioni necessarie in questo periodo per mantenere una distanza di sicurezza.

La legge del mondo è il movimento, quella del centro è la quiete. La vita nel mondo è movimento, attività, danza. La nostra vita è una continua danza intorno al centro, un continuo girare intorno al centro invisibile al quale noi, come il cerchio, dobbiamo la nostra esistenza”.1

Al di là delle distanze i cerchi si sono attivati forse anche perché assecondare questo impulso al movimento in sintonia favorisce la percezione della quiete interiore.

Ciò che viene incontro al bisogno e alla possibilità di mantenere una continuità in questa pratica e che la accomuna, per questo aspetto, alla Danzaterapia, credo sia il fatto che non ci sia bisogno di un pubblico.

Nessuno danza per rappresentare qualcosa a qualcuno.

La motivazione spesso è invece nel piacere del movimento, nel desiderio di condivisione con il gruppo, a volte anche nella volontà di riconnettersi alla natura e ai suoi ritmi.

Nel mio gruppo di danze in cerchio, condotto da Regina Riva, ci siamo collegati per celebrare alcuni momenti particolari come la Candelora o l’Equinozio di primavera, con altre danzatrici invece abbiamo condiviso le danze di luna piena.

E’ un modo per riallacciare un filo con la tradizione antica in cui la danza era un momento di profonda connessione collettiva con le forze della natura, con l’alternarsi delle stagioni e con il riconoscimento di momenti importanti per la vita della comunità.

Le danze popolari che sono rimaste ancora vive nella tradizione di alcuni popoli sono spesso parte di un patrimonio folklorico che ha però perduto l’originaria connessione con i rituali ad esse collegati.

La loro riscoperta e il loro parziale diffondersi in questi ultimi anni credo risponda ai bisogni insoddisfatti della nostra cultura tecnologica, bisogni collegati probabilmente ad un desiderio di ritualità, di condivisione, di sentirsi parte di una comunità viva attraverso il danzare insieme.

Quasi paradossalmente proprio la tecnologia ci è venuta in aiuto, in un momento in cui il contatto fisico tra le persone e con la natura era impossibile si è cercato di attraversare questo impedimento, modificando qualche particolare nella forma esteriore delle danze condivise perché la priorità era proprio quella di sentirsi vicini.

Secondo gli studi fatti da Paul Bourcier2 si presume che in epoca arcaica nelle forme della danza ci sia stata l’equivalenza tra l’aspetto esteriore e quello interiore rispondente alle funzioni celebrative e rituali della danza stessa diretta alla comunicazione tra i celebranti e tra loro ed il trascendente.

C’è qualcosa di sacro in questa possibilità di attraversare comunque, attraverso la danza, i confini dell’isolamento, il senso di solitudine di fronte all’incomprensibile:

“…quello che occorre è entrare in contatto. Ciò che l’uomo cerca al di là della comprensione è la comunicazione. La danza nasce da questo bisogno di dire l’indicibile, di conoscere l’ignoto, di essere in rapporto con l’altro.”3

1 Disjkstra, J. (2017) Nella danza sei tu. San Pietro in Cariano: Gabrielli editori

2 Bourcier, P. (1994) Histoire de la danse en occident. Seuil: Edizione Solfèges

3 Bejart, M in R. Garaudy (1999) Danzare la vita. Assisi: Cittadella editrice

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