Il setting nella relazione di aiuto

Che cosa è il setting e perché il suo rispetto è il fondamento di qualsiasi relazione di aiuto.

Quando intraprendiamo una relazione d’aiuto come cliente, che cosa possiamo aspettarci?

Il primo diritto che ho come cliente all’interno di questo tipo di relazione è un setting impeccabile, che il professionista cui mi rivolgo ha il compito di creare per me.

Il professionista della relazione d’aiuto lavora all’interno di un setting che distingue la sua professionalità.

Il setting può essere visto come spazio di lavoro, luogo mentale, luogo fisico, confine, contesto relazionale con modalità e regole determinate tra professionista e cliente.

Il solo concetto di spazio fisico non realizza il senso di setting, che va piuttosto visto come spazio psichico.

Nel counseling c’è quindi necessità di un confine che delimiti uno spazio.

Tale confine e spazio è regolamentato da un contratto professionista-cliente dove è definita la modalità della relazione d’aiuto (la problematica, la durata del colloquio, il numero di colloqui, l’onorario, la riservatezza del colloquio, il segreto professionale, ecc.), che determina il significato della relazione.

Le dinamiche relazionali avvengono dunque entro un confine regolamentato.

Una volta definite le regole convenzionali, si dà luogo all’espressione della relazione d’aiuto.

Il setting stesso diventa il luogo dove il cliente ha la libertà di esprimersi, confrontarsi con la propria problematica, ipotizzare, immaginare, decidere, determinare nuove soluzioni.

Nel setting non c’è gerarchia ma un confine forte, e ogni parte è equivalente.

La prima regola che il counselor impara a tenere a mente nella mia pratica di setting è che nel setting la responsabilità della relazione è del professionista della relazione d’aiuto.

Le problematiche del professionista non devono inquinare la relazione con il cliente.

Il counselor deve essere cosciente delle proprie problematiche, e non proiettarle sulla relazione d’aiuto.

Per questo deve amplificare la propria coscienza di sé e la consapevolezza delle proprie problematiche, per poterle gestire.

Il lavoro su di sé e il costante monitoraggio della relazione, delle proprie reazioni è il lavoro di base per mantenere il setting impeccabile.

Il professionista della relazione d’aiuto inizia a creare il setting fin dalla richiesta di aiuto, sia che giunga da parte di un singolo sia da un gruppo.

Già il primo contatto diventa setting.

Perché si crei un setting ideale, il professionista prevede la dichiarazione della durata e della modalità della relazione: dall’orario della seduta stabilito insieme, al numero di incontri previsti, dalle indicazioni di pagamento all’illustrazione delle attività che si svolgeranno di volta in volta.

Importante anche che vengano chiariti gli scopi specifici della relazione d’aiuto, i compiti e ruoli reciproci, e quali problemi possono essere affrontati, come e con quali tecniche.

Poiché nel counseling gli incontri prevedono un rapporto dialogico di persona o in diretta via collegamento video, il luogo degli incontri è codificato e, possibilmente, standardizzato, in modo da risultare accogliente e sobrio al tempo stesso.

Il cliente ha diritto ad accomodarsi nel setting come preferisce, delegando la responsabilità riguardo il mantenimento ideale dello stesso al professionista.

Possono avvenire alcune violazioni del setting da parte del cliente (saltare l’incontro, arrivare in ritardo, richieste continue di spostare l’incontro, non fare gli homework, ecc.), che ha ogni diritto di esprimersi anche attraverso esse.

E’ importante però che vengano affrontate e trattate dal counselor come modalità comunicative e messaggi importanti.

Il professionista consapevole le affronterà in modo da mantenere l’alleanza sana per perseguire obiettivi concreti e realizzabili.

Un setting curato ed impeccabile dal primo all’ultimo incontro è la base per garantire al cliente una relazione d’aiuto efficace ed è il primo diritto del cliente.

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