La danza rituale e le applicazioni terapeutiche

Imparare a camminare ti rende libero. Imparare a danzare ti dà la libertà più grande di tutte: esprimere con tutto il tuo essere la persona che sei.

Melissa Hayden

Questo non è l’unico potere della danza.

Ho riconosciuto la potenza della dimensione rituale nel danzare con gli altri e per gli altri fin dai miei inizi con le danze in cerchio.

Gli altri sono stati il ponte che mi ha riportato alla danza e al contatto con me stessa.

Può cambiare l’attività, la forma, non cambia la sostanza: danzare con e per gli altri è un modo per suscitare il desiderio di provare e di credere che sia possibile danzare.

Una conferma forte la osservo nell’entusiasmo e nei volti sorridenti dei ragazzi e delle ragazze che frequentano il Centro Diurno Disabili e il Centro Socio Educativo della cooperativa Archè di Inzago che frequentano tre volte al mese il percorso di Danze in Cerchio con elementi di danzaterapia.

Per questo l’importanza di atteggiamenti d’accoglienza e apertura, la creazione di un clima che susciti fiducia nelle proprie possibilità a partire dai propri limiti sono stati per me elementi fondamentali nella conduzione di gruppi di danza popolare.

In questo percorso formativo di solito propongo danze popolari o meditative semplificate in parte per tener conto delle possibilità espressive del gruppo cercando sempre di mantenere qualcosa che rispetti la caratteristica peculiare della danza.

Due danze, quasi sempre le stesse, iniziano e concludono l’incontro facilitando la transizione da un’attività all’altra anche per chi ha maggiori difficoltà cognitive.

C’è una prima fase in cui danza chi non è in carrozzina.

Gli altri rimangono a guardare ma l’osservazione non è passiva.

Spesso il ritmo del gruppo è scandito da battiti di mani.

Alcuni sorridono, altri cantano a modo loro la melodia che stiamo danzando e c’è anche chi presenta al gruppo la danza.

Le danze in cerchio aiutano a stimolare e a favorire diversi aspetti coordinativi del movimento.

Questo avviene in misura diversa a seconda delle caratteristiche dei singoli. Le capacità coordinative sono importanti anche per aiutare a stabilire relazioni tra oggetti nello spazio che secondo J. Piaget passa per l’orientamento corporeo[1].

Quindi anche lavorare su una semplice danza che prevede il girare verso destra e verso sinistra, andare al centro o tornare, alzare ed abbassare le braccia aiuta la percezione dello spazio nelle direzioni: destra sinistra, alto basso, davanti dietro.

Anche se non tutti gli utenti possono farsene una rappresentazione concettuale l’acquisizione di queste capacità rimane come effetto di una pratica in un processo di continuità.

Le danze di gruppo favoriscono “alcune caratteristiche delle dinamiche di gruppo come il radicamento dell’identità di gruppo, l’aumento della consapevolezza e lo sviluppo delle tecniche di collaborazione”.[2]

La fase centrale dell’incontro riguarda le danze con i ragazzi in carrozzina.

Fondamentale anche in questo caso è la partecipazione degli educatori e di eventuali tirocinanti.

Insieme è stato possibile adattare una serie di danze anche tenendo conto di questo limite.

La carrozzina viene spostata dagli educatori ma ci sono sempre momenti di contatto o d’interazione in cui i ragazzi si attivano di solito con molto piacere.

Un altro momento riguarda, quando è possibile, soltanto gli educatori che presentano danze più complesse ai ragazzi.

Al piacere del danzare per l’utenza si aggiunge il piacere di ripetere danze apprese durante il corso di formazione che avevo tenuto alcuni anni fa proprio per gli operatori.

Questa fase può avere anche una funzione di prevenzione del burn out.

I percorsi fatti si sono rivelati molto utili per dare maggior significato alla presenza consapevole delle operatrici e degli operatori Archè.

La scelta è stata quella di alternare momenti dedicati agli operatori da soli ad altri momenti dedicati agli operatori ed utenti insieme.

Questo meccanismo ha permesso di presentare alcune possibilità di incontri-tipo insieme agli utenti, su cui abbiamo avuto occasione di riflettere ed interrogarci negli incontri dedicati agli operatori da soli per arrivare poi a supervisionare gli ultimi incontri dove la proposta agli utenti è stata elaborata dagli operatori stessi.

Gli operatori hanno appreso la forma coreografica originaria delle danze e le modalità di semplificazione delle forme originarie per riproporle agli utenti tenendo conto dei limiti cognitivi e fisici degli utenti stessi.

Adattare per l’utenza una danza significa imparare a fornire indicazioni semplici, ben motivate e facilmente applicabili.

Questo aiuta ad evitare o diminuire il più possibile l’insuccesso e conseguentemente a ridurre la frustrazione.

Credo che la forte motivazione degli operatori e l’entusiasmo con cui hanno aderito alla proposta formativa sia stata fondamentale per attivare questo positivo accoglimento della proposta di attività anche negli utenti.

Nonostante i grossi limiti derivati da una grande differenza di caratteristiche e anche di difficoltà motorie, è adesso possibile coinvolgere tutti gli utenti. In una dimensione di relazione empatica, che il contesto di danze in cerchio ha contribuito a rinforzare.

Danzare per l’altro, ha un particolare valore, perché permette a chi guarda di riconoscersi nell’altro, di accoglierlo.

A chi danza, di sentirsi accolto dall’altro e riconosciuto grazie ad un’ottica osservativa non giudicante.

I percorsi fatti con la danza possono essere davvero molto utili per instaurare rapporti, per imparare a relazionarsi e verso se stessi, per la gioia intrinseca della danza.

[1] Piaget, J. (1975).  Le nozioni di movimento e velocità nel bambino. Roma: Newton Compton.

[2] Dijkstra, J. (2017). Nella danza sei tu. San Pietro in Cariano. Il segno dei Gabrielli editore.

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