Impressioni

La spirale nella quale mi catapultai dopo l’uscita del mio primo libro “A ritmo di cuore”, mi portò in una fase di grande diffusione della Danzaterapia tra Oriente e Occidente: il movimento da dentro a fuori era avviato e pareva inarrestabile.

Non avevo più il tempo per scrivere, potevo solo talvolta assaporare stati di grazia, attimi di contemplazione che percepivo unicamente come nuove spinte ad agire.

– A volte accadono cose che sono come domande. Prima o poi la vita risponde – scrive Alessandro Baricco.

Qualcosa si incrinò, le forme si spezzarono. Lo slancio s’interruppe.

Dolore? Sì, quello che porta ad interiorizzare.

Nella Medicina Tradizionale Cinese, il processo di interiorizzazione è affidato al Metallo.

Associato analogicamente all’Autunno è il momento del taglio delle messi e della messa in riserva dei frutti.

Nel ritmo circadiano è la conclusione della giornata: il tramonto. Si colloca a Ovest.

Dentro i miei pensieri insisteva una voce un po’ triste: per favore danzami un tramonto. Lo stato dell’animo che si associa al Metallo è la tristezza.

A est si colloca invece il Legno che, come l’albero ben radicato, si manifesta nella spinta verso l’alto.

Se la crescita viene arrestata, nella persona ferita può nascere una problematica anche grave.

Impedire questo movimento, che è anche espressione di sé, può provocare collera, emozione che in patologia viene analogicamente riferita al Legno e all’organo corrispondente, il fegato.

La mia danza, nata dalla rabbia e dall’esigenza profonda di trasformare i “non posso” in “sì, posso” si era ormai manifestata da tempo ed anche la danza degli utenti emergeva luminosa some il sole all’est: mi portavano la delicatezza del loro Cuore con gioia.

L’emergere del Legno è come un giovane ramo che si apre al cielo; l’energia si canalizza nell’espansione del Fuoco e l’organo Cuore a sua volta si apre al grande Vuoto.

Il Cuore diviene Uno con il Cielo; il sentimento associato è la gioia.

L’incontro con le mani aperte dei miei utenti, espressivamente sbocciate senza tensione, fece smettere al mio animo di combattere.

Il binomio “Non posso – sì, posso” trovò un punto d’equilibrio.

Concessi finalmente a me stessa di scendere, addirittura con una certa calma.

Quella volta non saltai giù da un treno in corsa e nemmeno aspettai di cadere o che qualcosa mi fermasse; semplicemente percepii un’ incrinatura, e scesi, lentamente.

Mi fermai e scelsi di rimanere seduta. Ovest: punto di chiusura, Metallo che taglia, conclude.

Nelle orientazioni della sala danza l’ovest è in un angolo proprio di fronte all’est e dà su uno spazio dipinto di arancio, con toni caldi, accoglienti, che inducono a rallentare per contemplare.

Il Metallo esercita una funzione di controllo sul Legno, dunque potrei dire che il mio ovest impedì all’est di esagerare mitigando la mia irruenza: mi sedetti a guardare il tramonto.

Respirai.

Come un Piccolo Principe spostavo seggioline e vedevo solo altri tramonti – non si vedono bene che le cose che si addomesticano – precisava la voce.

Forse divenni un po’ più consapevole perché conoscevo il punto in cui ero seduta e il possibile rischio: nel processo di discesa in profondità depressione e paura erano ombre con le quali dovetti confrontarmi.

Il viaggio armonioso, non saprei se si possa dire senza rischi, prevede, in sintesi, una manifestazione nel Legno, un senso di appagamento nel Fuoco che nella danza è una sospensione, un’interiorizzazione nel Metallo, un ritorno alle origini nella profondità dell’Acqua che a sua volta nutre l’albero-Legno.

Sono ancora seduta ad ovest: il paesaggio è splendido. Godo del rallentamento. Scrivo.

Devo raccontare interiorizzando.

Portar fuori restando dentro. Contemplare la spirale standone un po’ fuori.

Prendi il tempo di accendere una candela ogni volta che entri in una stanza! – mi consigliò un’utente.

La porta della sala danza è a sud; lo sguardo dell’estraneo si illumina sempre quando entra per la prima volta:

– Che bello spazio, è un po’ magico! –.

Sud, il luogo dell’accoglienza. Cuore, vuoto per accogliere gli innumerevoli esseri, precisano i testi classici.

Da quella porta entrano gli utenti e proprio di loro vorrei narrare:

della signora che si definiva rigida e poi portò regali fatti di piccole gemme tenere raccolte nel bosco della sua infanzia;

del giardiniere definito psicotico che raccontava il suo amore per la vita;

della bimba spastica che inventò movimenti intensi ed autentici per una nuova danza;

della cantastorie che proveniva da una famiglia di grandi malati psichici che mi ringraziò perché nel gruppo di danza terapia poteva portar fuori tutto, anche la sua parte peggiore;

del poeta folle che danzò il ritmo di “SO-NO-VI-VO” e poi uscì un attimo, solo un attimo dalla sala per scrivere una poesia da regalare alla cantastorie.

Per chi passò un’ora a terra e poi si alzò per ringraziare il Cielo a braccia levate, per chi iniziò a girare e poi mi lasciò un biglietto:

Grazie! Ho voglia di ridere – per chi si arrabbiò con me perché volevo strapparle le calze, ma anche per chi, uomo, grande, tanto malato, guardandosi i piedi chiese: – Posso entrare a … piedi nudi? –

Il suo sguardo aveva la tenerezza di una risoluzione.

Per chi in carcere dichiarò: – Quando danziamo le sbarre non ci sono! –

Di tutto questo, Cari Spiriti, chiedo il Tempo per scrivere e chiedo aiuto per non precipitarmi di nuovo nell’azione.

Il racconto è lungo, la danza non si ferma, solo posso un po’ rallentare e raccontare per non dimenticare tutto quanto di così prezioso è uscito dai miei utenti nutrendo anche la mia vita.

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